“Scusi, lei spaccia?”, Salvini al citofono è davvero lo specchio dell’Italia?

La segnalazione arrivata in pagina da un nostro lettore ci riporta immediatamente alla polemica di queste ore circa la vicenda Salvini: il leader del Carroccio in uno dei quartieri più problematici di Bologna ha suonato a casa di un presunto pusher segnalato da un residente, il tutto a disposizione di telecamere e giornalisti. Inutile dire che il video ha fatto il giro di tutte le piattaforme e l’hashtag #citofonoSalvini è entrato direttamente nei trend topic di Twitter.

In particolare, ci riferiamo al caso eclatante della città di Ferrara seguito da l’Espresso circa un anno fa: qui di seguito riportiamo i pezzi salienti dell’inchiesta seguita a puntate dal giornalista Fabrizio Gatti.

“Puoi passare intere giornate senza incrociare una volante della polizia, una pattuglia dei carabinieri o una macchina dei vigili urbani. Lo spacciatore di quartiere è invece un’istituzione. Li vedi ovunque. Controllano con decine di vedette fisse il parco tra la stazione e il Grattacielo, due torri costruite sessant’anni fa, venti piani di appartamenti, centonovanta famiglie praticamente in ostaggio.

Hanno in mano ventiquattro ore su ventiquattro il piazzale della Castellina al di là dei portici. E poi via Sauro, il parco di piazza Toti e via Cassoli, la strada che porta i turisti verso il Castello Estense e i tifosi allo stadio della Spal. Dopo la concorrenza spietata dei centri commerciali che qui sono gestiti dalle Coop, lo spaccio ha dato il colpo di grazia ai negozi. Scomparsi i clienti dal quartiere, se ne sono andati il salumiere, il panettiere, la cartoleria e tutti gli altri, lasciando centinaia di metri di saracinesche abbassate. Ma per la droga il servizio arriva anche a domicilio: improvvisati postini in bicicletta consegnano in centro le dosi ordinate al telefono su WhatsApp. E la sera si prendono pure il parco giochi dei bambini, dietro il monumentale acquedotto di piazza XXIV Maggio.

Ovviamente la mafia nigeriana può occupare pezzi di città perché esiste una criminalità italiana che la rifornisce. E soprattutto perché dai quattordicenni agli universitari italiani lo sballo settimanale a botte di hashish e alcol o direttamente di ketamina è ormai un dramma diffuso. Dalle finestre che si affacciano su viale della Costituzione e viale Cavour però il ragionamento degli inquilini è più diretto. E quello che vedono da quassù diventa pubblicità gratis, sette giorni su sette, alla campagna elettorale delle destre.

C’era una volta il mito della provincia italiana, l’urbanistica a misura di persona, la qualità della vita come bandiera. Certo, c’era. La crisi, l’invecchiamento degli abitanti, il crollo demografico hanno azzerato i parametri. Ferrara è una vetrina che espone le contraddizioni della decrescita italiana. Dieci anni fa la recessione l’ha investita che sembrava ancora un borgo felice. Oggi la restituisce con gli stessi dolori di una metropoli post industriale. Cominciamo dalla povertà.

Ogni tre anni il Comune presenta “L’indagine sulle condizioni di vita”. A pagina 60 dell’ultimo rapporto pubblicato nel 2016, questa è la fotografia: «Per quanto riguarda i singoli individui, l’incidenza di povertà a Ferrara si è mantenuta tra il 4,6 per cento del 1994 e il 4,7 del 2006 con una certa stabilità, per poi nel 2009 salire all’8,3, al 9,8 nel 2012 e al 10,2 per cento nel 2015». Un residente su dieci tra i 132.278 abitanti è quindi sotto la soglia, che per l’Istat equivale a circa 750 euro di entrate al mese: sono 13.227 persone che ammettono di non potersi permettere un adeguato riscaldamento della casa, le spese mediche, l’acquisto di alimentari o vestiti nuovi, i costi per mandare i figli a scuola e che non riescono più a pagare le bollette, l’affitto oppure a rimborsare debiti, prestiti o le rate del mutuo. Tra loro, il 39 per cento vive in famiglie con almeno un componente di origine straniera. Il resto colpisce cittadini italiani, ai quali si aggiunge un altro 15 per cento di ferraresi in bilico appena sopra la soglia.La disoccupazione a Ferrara è poco sotto la media nazionale: 10,6 per cento (contro l’11,2), ma sale al 23,8 per cento per i giovani in età da lavoro fino ai 29 anni. Anche la concentrazione di stranieri residenti non è tra le più alte al Nord: 10,3 per cento. La fotografia di disperazione è ancora più sorprendente perché l’Emilia Romagna è la regione italiana con la più bassa incidenza di poveri (4,8 per cento), preceduta soltanto dalla Lombardia (4,6) e seguita dal Veneto (4,9).

L’assistenza necessaria ai cittadini in difficoltà è affidata alla Asp, l’ente per i servizi alla persona. La cifra stanziata dal Comune di Ferrara è stabilita da un contratto con l’azienda pubblica: sette milioni e mezzo all’anno è l’ultimo aggiornamento del 2017, come si legge a pagina 15 dell’accordo. Adesso bisogna fare qualche calcolo per verificare se l’aiuto sia davvero efficace: sette milioni e mezzo diviso 13.227 ferraresi sotto la soglia di povertà fanno 567 euro all’anno a persona. Cioè un euro e cinquanta centesimi al giorno. Per ogni povero residente a Ferrara, italiano o straniero che sia, il Comune stanzia l’equivalente di un biglietto dell’autobus, un quotidiano, una bottiglietta di birra. Una media che esclude necessariamente parte della popolazione dai servizi.

Ma l’Asp è lo stesso ente al quale la Prefettura di Ferrara affida l’assistenza sia ai profughi che chiedono asilo, sia ai migranti che cercano di beneficiare della protezione umanitaria. Così il confronto può essere diretto. La cifra che lo Stato rimborsa in questi casi è indicata a pagina 4 della convenzione firmata dal prefetto Michele Tortora, come «determinato con direttiva ministeriale»: sono 35 euro al giorno per persona. Per il 2016 l’Asp ha fatturato alla Prefettura e al ministero dell’Interno 8 milioni e 490 mila euro per avere ospitato una media mensile di 677 richiedenti asilo. Mentre per tutto il 2018 la nuova convenzione tra Prefettura e azienda pubblica ipotizza un aumento fino a millecinquecento posti per una disponibilità di spesa di 19 milioni 162 mila euro.

Da due anni a Ferrara la cifra destinata all’accoglienza dei nuovi arrivati ha quindi superato quella assegnata ai residenti più poveri, tra i quali più di un terzo sono famiglie di lavoratori o disoccupati stranieri già integrati. Con una diseguaglianza mostruosa: 35 euro al giorno per persona contro un euro e cinquanta centesimi.

Ovviamente i 35 euro non vanno agli ospiti stranieri. Loro prendono una diaria di 2 euro e 50 al giorno. Il resto rimborsa vitto, alloggio, formazione e servizi forniti a Ferrara dalla cooperativa Camelot, al vertice della cordata che si è aggiudicata la commessa. La diseguaglianza è però il risultato più evidente del modello di immigrazione adottato dal governo italiano dal 2014 in poi che, al di là del soccorso obbligatorio in mare, nel frattempo ha fatto poco o nulla per affrontare la questione all’origine nei Paesi di partenza. Da un lato la legge blocca i bilanci dei Comuni. Dall’altro il ministero dell’Interno ha mano libera, ma nessun progetto premeditato e condiviso, in sintonia con le condizioni economiche: dall’operazione Mare nostrum agli ultimi accordi con i trafficanti libici, l’Italia ha praticamente inseguito l’emergenza.

«Se andasse tutto bene, non avremmo così tanti spacciatori sotto casa», si lamenta una giovane mamma moldava che abita nel Grattacielo e chiede l’anonimato per paura. La risposta anche per Ferrara è nella statistica del ministero dell’Interno. Delle 505.378 persone sbarcate o soccorse in mare dal 2014 al 2016, le commissioni territoriali delle prefetture hanno respinto 55.423 domande di asilo nel 2016 (60 per cento delle richieste in quell’anno), 41.503 nel 2015 (58 per cento), 14.217 nel 2014 (39 per cento) più altre 9.174 nel 2013 (29 per cento). Cioè lo Stato ha offerto ospitalità e l’ha contemporaneamente negata: ma soltanto dopo il remunerativo passaggio nei centri di accoglienza istituzionali. Il problema da risolvere oggi è cosa fare di questo esercito di centoventi mila persone, quasi tutti uomini, che non possono lavorare, trovare casa, vivere se non in clandestinità. L’idea di rimpatriarli in massa fa sorridere: servirebbero 1.100 voli, cinque anni e mezzo di attività senza mai un giorno di sosta, trecento milioni di spesa per il carburante più il costo per gli agenti della scorta e accordi bilaterali con i Paesi di origine che non abbiamo. […]

L’imbuto della crisi colpisce tutti. Nella disperazione perfino la mafia nigeriana, che alle nuove reclute offre un posto fisso nei parchi di Ferrara, è un vergognoso calmiere sociale. Senza soluzioni, l’alternativa potrebbe essere peggiore. La sera del 30 novembre Sandra Maestri, 32 anni, attraversa a piedi piazza XXIV Maggio. Cinque ragazzi africani la vedono e la massacrano di botte. Le afferrano i capelli e le sbattono la testa contro la panchina. Lei ha appena ritirato lo stipendio, 500 euro, dal papà con cui lavora al banco ortofrutticolo nei mercati. Per terra restano la donna svenuta e il portafoglio vuoto. […]

Fino a due anni fa i senza tetto espulsi dalla rete dell’accoglienza dormivano in periferia, nella scuola dietro il cinema abbandonato di via Foro Boario. Dalla grande vetrina dell’officina del ciclista lì di fronte hanno visto chiudere l’elementare per mancanza di bambini. Ed è arrivato l’asilo. Poi hanno chiuso l’asilo ed è arrivato il mondo. Dal 2002 i ferraresi che muoiono sono costantemente più del doppio dei nati: 1.972 decessi e 805 nascite nel 2015. Senza immigrati residenti, Ferrara oggi avrebbe perso più di dodicimila abitanti e millesettecento tra bambini e ragazzini. Lo stesso crollo che si vive in provincia, dove le grandi aziende agricole faticano a trovare manodopera. «Non metta il mio nome, loro sanno chi sono», supplica il meccanico che dal 1984 aggiusta le biciclette del quartiere: «Ho 68 anni, mica venti. Ho fatto un infarto, se mi danno uno scappellotto mi trovano per terra il giorno dopo».

Chi dovrebbe aggredirla? «Quelli che adesso sono di là alla stazione, ci siamo capiti. Abbiamo vissuto nella paura fino a quando li hanno mandati via e hanno murato la scuola. Guardi il palazzo qui di fronte. Sono sei appartamenti. Uno è vuoto, gli altri cinque sono abitati da persone sole e la più giovane ha sessantacinque anni. Ho visto il quartiere spegnersi». Solo una nuova immigrazione può forse riaccenderlo. «Sì, ma dobbiamo metterci d’accordo sulle regole. Io ho votato Partito comunista. Alle mie prime elezioni mia mamma mi ha detto che quello era il partito di noi operai. Adesso è cambiato tutto. Di fronte a questo caos, l’avrà visto, penso che voterò a destra. Non i fascisti, quelli mai. Ma un po’ di autorità sì, che li metta un po’ tutti in riga».

L’inchiesta è di Espresso

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