Segregata per 10 anni, Amanda scappa salvando la figlioletta di 7 anni e altre due donne.

9 mesi fa
2 Febbraio 2020
di nunzia d'aniello

“Sono rinchiusa da dieci anni. Fate presto, lui sta per tornare”

È la chiamata sconcertante che scuote il centralino del 911 un giorno di maggio del 2013. La sconosciuta si presenta come Amanda Berry, scomparsa dieci anni prima e mai più ritrovata. Pochi istanti dopo una volante della polizia si ferma davanti al 2207 di Seymour Avenue, Cleveland, in Ohio, dove tre giovani donne in stato di choc vengono fatte salire sull’auto. Alle loro spalle, smarrita e confusa, c’è una bambina di poco più di sei anni.

Ariel Castro

Tutto ha avuto inizio proprio nella casa di Ariel Castro al 2207, dieci anni prima di quella telefonata. Cinquantadue anni, ex autista di scuolabus, Castro era bravo in tre cose: giocare con i bambini, fare musica con la sua chitarra elettrica e nascondere il suo lato oscuro. Nel quartiere tutti lo conoscevano come un personaggio ombroso, ma anonimo. Divorziato da tempo conduceva una vita solitaria. Tutti, del resto, pensavano che il naufragio del suo matrimonio con Grimilda Figueroa, fidanzata storica, fosse dovuto alla sua natura violenta – Grimilda lo aveva denunciato per averle spaccato le costole gettandola dalle scale – e che da quando lei era andata via portandosi i quattro figli, non avesse più frequentato nessuno. Invece, Ariel aveva messo a punto il proprio piano personale per costruirsi un harem. La prima delle sue schiave fu Michelle Knight, 21 anni, una ragazza ‘difficile‘ con un bambino piccolo. La studiò e subito dopo l’udienza che disponeva l’affidamento di suo figlio al padre, quanto Michelle era più vulnerabile, le offrì un passaggio in auto. “Vuoi salire?”. Poteva dire di no, ma era fragile e non le importava più di niente. Iniziò così il primo di tre agghiaccianti sequestri.

Stupri botte e aborti

Arrivati al 2207 Castro trascinò la ragazza al piano di sopra, la picchiò e la incatenò. Michelle rimase sola, al buio e senza cibo né acqua per un tempo lunghissimo. Quando finalmente lui tornò le diede da mangiare, poi cominciò ad abusare di lei. La prigionia di Michelle fu la più violenta e feroce. Ariel la seviziava, l’affamava, la colpiva con spranghe di ferro e riuscì perfino a farle perdere l’udito. L ragazza rimase incinta più volte, ma lui la picchiò così forte da provocarle ogni volta l’aborto. L’unico pensiero che teneva in vita Michelle era poter un giorno ricongiungersi con il suo bambino e ogni volta che i figlio di Castro venivano a trovarlo, rinchiusa dietro porte blindate, Michelle sperava che si accorgesse di lei, che quella porta si aprisse.

Amanda

Successe l’anno dopo, i passi di qualcuno si avvicinarono al bunker, lei capì che Castro non era solo, ma quando la porta si aprì dietro Castro apparve una ragazzina dal volto terrorizzato: era Amanda Berry e quello era il giorno del suo diciassettesimo compleanno. La seconda prigioniera non placò la ferocia di Ariel, anzi, esasperò la sua tirannia. Anche lei rimase incinta, ma stavolta l’aguzzino volle che il parto fosse portato a termine e che fosse Michelle a occuparsene, la minacciò di morte se al bambino fosse successo qualcosa. Il parto avvenne in una piscina di plastica logora, dove la piccola nata fu sul punto di morire e si salvò solo per il provvidenziale intervento di Michelle.

Le indagini

Il 2006 quando fu la volta di Georgina, ‘Gina‘, De Jesus, 14 anni. Anche lei fu adescata con il pretesto di un passaggio in auto. La scomparsa di una ragazzina così giovane, stavolta, attivò ricerche a tappeto su tutto il territorio, coinvolgendo la comunità locale. Per Castro fu un’occasione imperdibile per controllare dall’interno le indagini, influenzare le persone coinvolte e depistare gli investigatori. L’ironia del caso vorrà che sia proprio suo figlio, studente di giornalismo, a intervistare i De Jesus. Nonostante tre famiglie cerchino le proprie figlie, la polizia non venne sfiorata neanche per un istante dal sospetto che nella casa al 2207 ci siano delle prigioniere.

La prigionia

Del resto, Ariel Castro aveva altri mezzi per tenere sotto controllo le prigioniere. Quando non erano incatenate per i polsi a pesanti manette agganciate al soffitto o rinchiuse, venivano ‘educate’ da Castro all’obbedienza. Il crudele carceriere era solito lasciare la casa per brevi periodi, assicurandosi che almeno un’uscita restasse accessibile. Ogni volta una delle prigioniere provava a scappare e ogni volta veniva selvaggiamente picchiata, perché fosse d’esempio alle altre. L’unica libertà concessa alle ragazze era uscire sul prato della casa, nude, al guinzaglio o strisciando a terra. Una scena che non sfuggì ai vicini, ma che non bastò a giustificare una perquisizione. L’unica a cui era concesso di uscire era la piccola Jocelyn, la figlia di Amanda, che spesso Castro portava con sé, camuffando il suo aspetto con una parrucca scura.

La ribellione

Avrebbe potuto continuare fino alla morte di una o tutte le prigioniere, invece successe qualcosa: Jocelyn, cominciò a crescere. Stava succedendo poco a poco, ma il processo era visibile negli occhi di Castro, che cominciava a dedicare sempre più tempo alla bambina. Fu allora che Amanda capì che sua figlia sarebbe passata presto al ruolo di schiava- bambina del sesso e prese la sua decisione. Ci ripensò, cambiò idea, aspettò e rinunciò ancora. Poi, il 6 maggio 2013, dieci anni dopo il proprio rapimento e sette dalla nascita della figlia, approfitto di una delle uscite del carceriere.

Poteva essere una trappola, la solita, e lui l’avrebbe ammazzata di botte, ma non importava più, meglio morta. Prese la piccola Jocelyn e la trascinò fuori sotto gli occhi increduli dei vicini. Jocey prese la parrucca, d’istinto, come le aveva insegnato lui, ma sua madre gliela strappò: la prigionia era finita. Furono Charles Ramsey e Angel Cordero, i dirimpettai, ad accogliere madre e figlia e a permettere ad Amanda di chiamare il 911. Il resto è agli atti delle indagini per triplice sequestro e stupro di minore scattata immediatamente a carico di Castro.

L’epilogo

Condannato a mille anni di carcere, Ariel Castro si è impiccato in cella a pochi giorni dal verdetto, a settembre 2013. Le vittime sono tornate alle loro famiglie e la casa al 2207, il bunker degli orrori, è stata demolita. Prima, però, l’FBI ha rivoltato ogni angolo e scavato nel giardino. Alla conta delle vittime, mancano, infatti, i sei bambini che le ragazze hanno avuto durante la cattività. Di loro, non si è mai trovata traccia.

(Fanpage)

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