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Coronavirus, il contagio italiano è un mistero: i “pazienti zero” non si trovano

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Come un albero ma senza radici. Rami e foglie stanno crescendo velocemente ma nessuno ha ancora capito in che modo il coronavirus abbia trovato il nutrimento necessario alla diffusione iniziale. Con i casi che aumentano in tutto il Nord, un dato colpisce epidemiologi, virologi e infettivologi: nessuna delle persone colpite è stata in Cina di recente. Ci si aspettava di avere a che fare con malati rientrati dall’area di Wuhan e invece bisogna affrontare infettati autoctoni, cosa che preoccupa anche l’Oms, come ha spiegato a Repubblica Hans Kluge, direttore in Europa dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Mancano i casi zero. Dei tre focolai in Veneto e di quello in Lombardia non si riesce a ricostruire l’origine, cioè il contatto di almeno un malato con qualcuno tornato dalla Cina. L’unico sospetto, il manager lombardo di Castiglione d’Adda, è stato “scagionato” dagli esami sierologici. “È lo scenario che ho sempre temuto e si è avverato: il primo contagiato è un italiano che non è mai stato nel Paese orientale”, riflette Giovanni Rezza, a capo delle malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità. E allora ci si chiede cosa sarebbe successo se i medici non avessero pensato di ricercare il coronavirus sul trentottenne ricoverato a Codogno con una bruttissima polmonite.

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“È stato un colpo di fortuna intercettarlo. Senza quella prima diagnosi forse i casi si sarebbero moltiplicati ancora in modo silenzioso”, dice Pier Luigi Lopalco, epidemiologo dell’Università di Pisa convinto che i pazienti zero non si trovino più perché il virus partito dalla Cina è arrivato in Italia già da tempo. “Evidentemente ha circolato silenziosamente già da gennaio. Se i malati si sono rivolti al sistema sanitario si è pensato che fossero stati colpiti dall’influenza, oppure avevano sintomi così lievi che nemmeno sono andati dal dottore. I pazienti che vediamo adesso potrebbero appartenere alla seconda o terza generazione dei contagiati”. Se non stanno più male, o se non hanno mai avuto problemi, i casi zero sono davvero difficili da individuare. Tanto più che il numero dei malati sta salendo e le indagini epidemiologiche sui loro contatti diventano sempre più difficili.

Ma c’è un altro aspetto interessante che sta venendo fuori, cioè la presenza di persone asintomatiche o, come dice Rezza “con sintomatologia lieve. In un periodo influenzale come questo l’allarme scatta solo per i casi più gravi e ci sono moltissime persone a casa per la malattia stagionale sulle quali non si fanno indagini”. Anche per questo il coronavirus forse è stato intercettato dopo settimane dal suo arrivo. Lopalco è tra coloro che ha sempre segnalato il pericolo degli asintomatici. “Di certo stanno avendo un peso nella diffusione – dice – Si tratta di persone certamente meno contagiose ma anche meno inclini ad avere comportamenti protettivi nei confronti degli altri. Sicuramente sono tante”.

Ci sono alcuni che parlano di una malattia solo un po’ più grave dell’influenza. “Il virus stagionale – spiega Lo Palco – ha un impatto che viene diluito perché c’è una parte della popolazione già immunizzata, visto che si è ammalata negli anni precedenti, e perché ci sono tanti vaccinati. Il coronavirus invece si diffonde in una popolazione vergine, che non lo ha mai incontrato. Bisogna evitare che si diffonda e comunque prepararci a raccogliere un’onda anomala. Il nostro sistema sanitario deve dimostrare che è pronto ad affrontarla e i cittadini devono stare tranquilli”. Tanto più che adesso si diagnosticano molti casi perché è partita una campagna a tappeto di tamponi. “Si osserva un aumento esponenziale dei casi perché adesso lo stiamo cercando”, spiega Rezza. Lopalco gli fa eco: “Se iniziassero a fare tanti test, anche in Germania probabilmente salterebbe fuori un gran numero di casi. I virus respiratori non hanno confini”.

Fonte: Repubblica

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