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editoriale

Silvia Romano: vittima o carnefice? Non siamo ipocriti, quell’abito ci dà fastidio, ma…

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Non la biasimo, non la giudico, non la condanno, non la comprendo.

Perché per mia fortuna non ho provato quello che ha provato lei, non sono stata per diciotto mesi prigioniera di terroristi o comunque in pericolo di vita.

Silvia Romano 23enne partita col suo bel zainetto sulle spalle alla ricerca di un sogno da realizzare, forse un’utopia: salvare il mondo, quello meno fortunato, quello più a rischio, quello spesso dimenticato.

 

 

Un’eroina?

No, solo una ragazza, come tante, forse, con un sogno nel cassetto oppure solo la voglia di conoscere qualcosa di diverso, diverso da quello che una metropoli come Milano poteva darle. Premesso il fatto che si può far del bene ovunque e che anche nella caotica Milano ce ne è bisogno, così come in tutta Italia e che, chi come lei ha una forte propensione al volontariato e una notevole sensibilità nei confronti di chi soffre, avrebbe potuto guardarsi intorno, chi siamo noi per giudicare le sue scelte? O peggio ancora la sua vita e se fosse giusto o meno partire verso Paesi sconosciuti? Ma chi ci dice che, magari, quel suo strato di giovane donna votata al bene degli altri non l’ha predisposta evidentemente ad una ricerca più profonda di un senso ultimo della vita?

 

(Silvia Romano)

 

Definirla una “sciacquina in vacanza” mi sembra davvero un po’ troppo

Soprattutto se consideriamo che si tratta pur sempre di una ragazza, oggi 25enne, che, per quanto ritenuta adulta, di strada ne deve ancora fare. Ho letto di tutto in questi giorni, da vittima in un Paese brutto, cattivo e musulmano a carnefice nella propria terra. Più che una liberazione, quello di Silvia è stato ed è un “circo mediatico” al quale i cosiddetti “leoni da tastiera“ (ovvero tutti i miei colleghi giornalisti) si sono prestati aiutando il Governo che aveva bisogno semplicemente di un diversivo in un momento di difficoltà nell’affrontare la difficile questione del Covid e della crisi economica e ha pensato bene di mettere in mostra quella “poverina” (con un velo addosso) pur di mostrarsi tronfi di orgoglio (cfr. Conte e Di Maio).

 

(Il saluto con il premier Giuseppe Conte)

La Politica “vera”

Non cerca una sua visibilità spiattellando un successo diplomatico che, poi successo non è per nulla, visto che l’accettazione del pagamento di un riscatto è sempre un atto di consacrazione del gruppo terroristico che lo ha imposto e al quale noi ci siamo piegati. Chi fa cronaca, invece, dovrebbe indagare la verità, e non fare spettacolo. A me fa venire la pelle d’oca l’assembramento dei giornalisti sotto casa di Silvia, pur essendo io una giornalista, pur sapendo come funziona, pur conoscendo le regole del gioco: anche noi dobbiamo mangiare, anche noi dobbiamo vendere (in questo caso) notizie.

 

(Il saluto con il Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio)

 

Ma quella ragazza aveva tutto il diritto dopo 18 mesi di tornare a casa senza quel clamore che i cronisti le hanno creato davanti al portone di casa. E invece è stata “usata” e assalita dalla becera abitudine di politici in cerca di consensi e cronisti senza scrupoli e data in pasto agli italiani (a volte poco riflessivi) che non hanno potuto non notare e soprattutto fossilizzarsi sull’immagine di una donna con un velo, un abito non italiano, non occidentale.

Che ci piaccia o meno, ma quell’abito ci dà fastidio

E credo che abbia dato fastidio forse anche a chi la difende a spada tratta, contro le ingiuste ingiurie nei suoi confronti. Perché quel velo o quella “busta verde della spazzatura”, come qualcuno l’ha definita, rappresenta per il mondo occidentale ben altro e che per di più non è nemmeno l’abito tipico delle donne musulmane.

 

(Silvia Romano)

 

Come non biasimo e giudico Silvia

Non posso biasimare e giudicare nemmeno chi ha paura di quel velo, perché rappresenta tutto ciò che noi non siamo e per il quale vorremmo che il nostro Stato si battesse, piuttosto che accettare un ricatto e/o un riscatto.

Abbiamo pagato?

Sembrerebbe di si, ma il nostro Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, pare non ne sappia nulla e magari potrebbe anche essere vero, considerando che ultimamente sa poco o niente e che anche nel suo stesso partito sembra essere stato messo da parte. Se a ciò ci aggiungiamo il gossip sul Tweet del Premier Conte, dove in un primo post, annuncia la trionfante operazione ringraziando tutti, meno colui che, dovrebbe essere uno dei suoi più stretti collaboratori e informatori in un’operazione del genere, per poi eliminarlo e ri-tweettare taggando anche il Ministro degli Esteri, forse è vero che il povero Gigino Di Maio non ne sapeva nulla (ma non sapeva nulla dell’intera operazione!).

Le stranezze

Sulla vicenda della liberazione di Silvia (o Aisha come ora si fa chiamare, ribattezzata da una religione non nostrana, ma che attenzione nulla ha a che vedere col terrorismo come in molti hanno asserito perché il Corano non è altro che una nuova o vecchia versione della Bibbia, in base a come la si vuole classificare tra nuovo e vecchio testamento) non finiscono qua. Se in un primo momento si è dato per scontato il pagamento di un riscatto confermato da un’intervista di Repubblica ad Ali Dehere, portavoce del gruppo terroristico al-Shabaab, il quale avrebbe dichiarato che con i soldi del riscatto si sarebbero acquistate nuove armi, ora a quanto pare il Sig. Ali Dehere avrebbe smentito l’intervista ai media italiani, almeno secondo l’indiscrezione riportata dal giornale online Open (https://www.open.online/2020/05/14/silvia-romano-al-shabaab-smentisce-interviste-media-italiani-riscatto-fake-news/).

 

(Ali Dehere)

 

La verità quindi dov’è?

Questo riscatto c’è stato oppure no? Come è stato spiattellato il successo diplomatico della liberazione perché non si spiattella anche tutto il resto? Sono segreti di Stato, equilibri che vanno preservati? Benissimo, lo era anche Silvia e non bisognava in alcun modo venderla alla stampa e soprattutto al giudizio di italiani, di un popolo che già fin troppo risentito dalle difficoltà socioeconomiche causate dal Covid, ha sfogato poi il suo odio e il suo amore nei confronti di una giovane 25enne che, per quanto mi riguarda nei confronti della sua terra, ma soprattutto dei suoi genitori, della sua famiglia potrebbe avere una sola colpa: quella di non aver ringraziato l’Italia per averla riportata a casa.

Perché più che dell’abito, più della sua conversione religiosa (che se libera o costretta solo il tempo potrà dircelo e per di più la nostra Costituzione prevede la libertà di culto), io mi preoccuperei di ciò: torno a casa dopo una prigionia di diciotto mesi, dove, ipoteticamente seppur non sono stata violentata e sono stata trattata coi guanti bianchi perché l’obiettivo e lo scopo finale era tenermi in vita per poter avere in cambio il riscatto, io non ringrazio chi mi ha riportato a casa, chi mi ha permesso di poter riabbracciare la mia famiglia? Per quanto non mi hanno torto un capello, era pur sempre una prigionia.

Quello che tutta questa storia lascia trapelare all’italiano medio

E’ che si sono pagati 4 milioni di euro per liberare un’italiana che mi torna musulmana, e, quell’italiano ha paura e come in ogni situazione se la miglior difesa è l’attacco, sputa veleno contro una 25enne. Il bersaglio non dovrebbe essere Silvia, ma una classe politica, un governo che non è stato in grado di preservare i suoi cittadini e mi riferisco tanto ad Aisha quanto al resto degli italiani.

Ma a quell’italiano medio pongo una domanda, una riflessione:

Ci si è adoperati per far tornare a casa Silvia (e che non mi si fraintenda sono una mamma e come tale non posso che esserne contenta), ma i napoletani rapiti in Messico? Perché nessuno ne parla? E ancora: Chico Forti, un italiano forse innocente in carcere da 20 anni negli Usa per il quale tra l’altro non occorre alcun eventuale riscatto, ma solo un governo adatto che riporti a casa un suo connazionale e che lo giudichi secondo le leggi del suo Stato?

E guarda il caso:

subito dopo la liberazione di Silvia, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio dichiara che si sta lavorando anche per Chico. Coincidenze o “paraculate”?

Tutto il resto

Ovvero chi da questa storia ha cercato in qualche modo di far rivivere e/o riportare a galla un certo “femminismo” attraverso l’idea e la visione di una donna inadeguata a un qualunque ruolo in quanto donna, tirando in ballo quella lotta di “genere” che seppur radicata nella nostra cultura è per quanto mi riguarda un po’ trapassata, lascia a mio dire il tempo che trova ed è assolutamente fuori luogo.

E la cosa che mi lascia più interdetta

E’ che a dare fiato a tale assurdo pensiero sia stata Flavia Perino, giornalista, scrittrice ed ex politica, nonché membro della Camera dei deputati fino al 2013. «Non c’è niente da fare – scrive in un suo articolo online sul portale linkiesta – l’uomo che si impegna in un’impresa pericolosa, che si arruoli nella Legione Straniera o coi curdi del Rojava, è un eroe; la donna che aderisce a una causa morale di qualunque tipo è una sventata, una scema, una poveretta inconsapevole e manipolata. Siamo il Paese di Anita Garibaldi, che cavalca e spara in mezzo a tre o quattro rivoluzioni, ma se vivesse oggi le diremmo: chi te l’ha fatto fare? Potevi restartene a casa, come tutte».

 

(Flavia Perino)

E’ triste

E alquanto sconfortante che una donna della sua portata, col suo percorso politico, lavorativo e professionale possa davvero aver scritto e pensato ciò, seppur come conclusione di un discorso relativo a chi assolveva oppure sparava contro Silvia. Io credo semplicemente che siamo mamme di quegli uomini che poi trattano così le altre donne.

Non sto negando un qualcosa che fa parte della nostra “cultura”

Ma solo dicendo che se prima noi non ci scrolliamo di dosso questi stereotipi, come pretendiamo che lo facciano gli altri? Sono almeno 20 anni che sono impegnata nel mondo del giornalismo. Vent’anni di gavetta, vent’anni ad attendere la propria occasione, la giusta ricompensa, il proprio momento di gloria e nel mio piccolo tutto ciò l’ho anche avuto, non senza ovviamente i suoi annessi e connessi, alti e bassi.

Ma nonostante quanto il mio curriculum sia molto lontano da quello della Sig.ra Perino

Non c’è mai stato un attimo in cui io abbia veramente pensato di poter non essere adatta. Ho avuto e ho i miei momenti bui, le mie insicurezze, ma sono ancora qui a scrivere nero su bianco, convinta e speranzosa che il mio momento arriverà a dispetto di ciò che gli altri possano dire e/o pensare. Forse perché continuo a vivere questo mestiere da sognatrice, cresciuta tra i libri e le inchieste di Oriana Fallaci, mi viene molto difficile credere che esista ancora qualcuno che possa lontanamente pensare che le donne siano sventate, sceme, inconsapevoli e manipolate. Al massimo sono solo donne che non sanno ancora quanto valgono e/o che attendono il loro momento. (di Nunzia D’Aniello)
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