Gianni Forti: «Non mollerò mai, Chico lo riporto a casa»

3 settimane fa
12 Settembre 2020
di nunzia d'aniello

Gianni Forti, zio di Chico. Mi saluta così… L’ ultimo filo di voce, quasi strozzato in gola dopo una lunga chiacchierata.

Vent’anni, anzi tra un mese ventuno, vissuti nei ricordi e nella speranza di quella voce strozzata dalla fatica e dal dolore, ma non stanca… Stanca di combattere per suo nipote, o meglio come lui stesso lo ha definito “il suo più caro amico”.

Lo so, può sembrare poco professionale da parte mia, ma anche quella classe, cinica e sfacciata, ha dei sentimenti o per lo meno si emoziona o meglio ancora, ci son cose e fatti dove il muro della finta indifferenza crolla.

Quella classe, la mia, “i giornalisti”, a volte definiti come la “feccia” di una società in malore, in fondo ha un cuore e questa storia ha toccato tutte le corde.

Enrico Forti, detto Chico, incomincia da qui il mio viaggio.

La storia di un uomo e dei suoi anni buttati, “regalati” ad uno Stato che fu il suo sogno e che si erge tutt’oggi come tale, nonostante tutto… Nonostante il non aver rispettato ciò che da sempre professa, quel principio “l’oltre ogni ragionevole dubbio”.

Pensieri, forse confusi, di chi umanamente ritiene che sia stato fatto un torto a un suo connazionale… A un uomo che aveva ed ha solo una colpa… Aver provato a realizzare quel “sogno americano”.

Riavvolgo il nastro… La voce forte e imponente: dall’altro lato della cornetta, lui, zio Gianni. Da qui partono i ricordi…

Mi accomodo e provo a prendere appunti, ma è una storia che va ascoltata. Pigio il tasto rec.

Chi è Chico Forti

«Chico era una persona che amava la vita e l’avventura, il rischio e nello sport è stato spesso anche un po’ incosciente – sorride Gianni Forti e riprende – tanto che la sua carriera spesso ne ha risentito, più di 40 fratture, ma lui non mollava mai.

Era un entusiasta della vita, in qualsiasi posto andasse, riusciva a farsi degli amici.

Ben cinque continenti visitati grazie allo sport, a questa sua grande passione, diventata poi un lavoro. Un sogno, una vita stroncata e messa in ginocchio per quella che qualcuno definisce una “tragica disavventura”.

Per me, per noi… Per lui, la più grande ingiustizia e il più grande “sgarro” che si potesse fare a un uomo: togliergli la dignità di sentirsi tale».

Dignità, libertà, uomo… Un uomo che sognava… L’America e quella voglia di toccarla per davvero, prenderla per mano e tra le mani. Tutto ebbe inizio da quella partecipazione e vittoria al programma di Mike Buongiorno. Quegli Usa diventavano reali…

«Si, tante volte forse sbagliando mi son detto e ho pensato che se magari non avesse mai partecipato a quel programma, se non avesse vinto, forse oggi era un uomo libero. Un pensiero che poi ripetutamente caccio via.

Chico è innocente, ha vissuto e vive un’ingiustizia. Noi siamo una famiglia modesta – spiega Gianni.

Non avevamo quelle disponibilità finanziarie tali da poter permettere a Chico di raggiungere quella sua meta. Le sue gare, i suoi viaggi in giro per il mondo, già prendevano tanto in senso economico.

Quando si è presentata quest’opportunità e nel momento stesso in cui ha avuto una certa cifra a disposizione ha tentato il sogno americano. Sia in California che in Florida, lui c’era già stato per eventi sportivo e spot pubblicitari.

Ma quella cifra gli ha permesso di realizzare quello che da tempo aveva in mente: istituire un team di produzione di spot pubblicitari e documentari sportivi e naturali, aveva già degli appoggi per poter realizzare tutto ciò.

Per lui era tutto molto semplice: parlava ben 5 lingue e aveva una facilità estrema per tradurre, montare tutti questi servizi… Per l’epoca erano grandi cose. E’ stato addirittura al Polo Nord e al Polo Sud, insomma di iniziativa ne aveva da vendere. Tutto bello, fino a quel maledetto giorno».

Inevitabilmente qui quella voce forte e imponente perde un po’ della sua enfasi, ma Gianni continua il suo racconto…

«Fu un colpo mortale per tutti, nessuno di noi avrebbe mai immaginato quello che stava accadendo. Ricordo esattamente quel giorno, quella telefonata. Aspettavamo che Chico ci contattasse dopo quella che doveva essere una semplice presentazione davanti al giudice per chiudere definitivamente il tutto e archiviare quell’assurda vicenda. Quella telefonata arrivò e fu la condanna a morte anche di mio fratello. Qualche tempo dopo si spense per sempre. Prima che i suoi occhi si chiudessero gli promisi: “Te lo porto a casa, costi quel che costi. Chico lo riporto a casa”».

Un brivido, quello che ti prende lungo la schiena e scivola giù fino ad avvolgerti tutta. Spengo il tasto rec: le emozioni, i sentimenti… La vita vera non si registra.

Quella, la devi provare sulla tua pelle per poterla raccontare. E non c’è racconto che la mente non riesca a tenere, a far suo quando lo senti per davvero. Abbandono del tutto la mia veste ufficiale.

Pigio il tasto stop.

Da un lato io, dall’altro Gianni…

Senza troppi sforzi, giunge quell’empatia. Gianni sa che ho spento i riflettori, quell’invasione di campo, per dirla in termini sportivi, non vi è più, non glie l’ho detto… Ma lo avverte. Ed io so che ora sarà un fiume in piena…

«Io e Chico abbiamo circa sedici anni di differenza, ero un ragazzo quando lui è nato. Ricordo quella foto che lui aveva credo una decina di mesi ed io lo tengo tra le braccia.

Per un periodo posso dire di averlo un po’ cresciuto… Poi siamo diventati amici o meglio come diceva mio fratello, suo padre “complici”.

Sai, quando lui aveva vent’anni io ne avevo quasi trentasei e comunque mi piaceva divertirmi e come lui adoravo lo sport. Condividevamo questa passione anche se lui è sempre stato il migliore.

In famiglia ci prendevano in giro… Sempre insieme, eravamo un po’ le pecore nere, i “biricchini“. Quello che in un certo senso non sono riuscito e faccio ancor tutt’oggi difficoltà a perdonarmi, è di essere andato via dalla Florida, non aver atteso quell’udienza finale.

Quello di aver creduto alle parole degli avvocato dell’epoca che mi assicurarono che sarebbe andato tutto bene. Che quell’udienza era una formalità, di stare tranquillo che potevo tornare in Italia. Chico e la sua famiglia in fondo avevano anche riavuto i passaporti.

E invece… L’inferno.

A quell’udienza presentarono prove poi riscoperte fasulle e il “mio amico” l’hanno chiuso dietro le sbarre. Lo promisi a mio fratello… Ma fu una promessa fatta anche a me stesso: “Non mollerò mai, Chico lo riporto a casa”.

Ed è la frase che mi ripeto da 21 anni circa. Ventun’ anni di lotte, di viaggi infiniti tra la Florida e l’Italia. L’imparare la lingua, studiare il loro sistema legislativo, contattare avvocati, ministri, governatori… Chiedere aiuto.

Solo dopo dieci anni grazie all’intervento di quelli che oramai definisco “amici”, abbiamo inteso o meglio finalmente ci hanno detto a chiare lettere che quella sentenza in America, non l’avremmo mai cambiata.

La loro legge non lo permette

Inutili gli appelli fatti, bisognava agire in altro modo. Ed ecco la convenzione di Strasburgo e la richiesta all’Italia, alla nostra Nazione e a quella di Chico.

Ne ho visti di governi cadere e rialzarsi, di nuove realtà insediarsi e ad ognuna di loro abbiamo chiesto una mano. Sono anni che lottiamo e siamo quasi allo strenuo delle nostre forze.

Mia cognata ha novantadue anni e attende suo figlio. Noi tutti lo aspettiamo. Chico è innocente e non lo diciamo più solo noi, ma i fatti e quelle prove inesistenti.

Tante le persone illustri e gli esperti che si sono imbattuti nel suo caso e tutti hanno convenuto: vittima di un errore giudiziario. Chico non ha ucciso nessuno, non ha nemmeno mai preso una multa per divieto di sosta.

Anche il nostro ministro Di Maio ha dichiarato pubblicamente di essere convinto della sua innocenza, così come Fraccaro. Io mi auguro davvero che questi due ragazzi riescano a riportarci a casa Enrico. Ci siamo affidati a tutti, ma ogni governo poi è cambiato e Chico sempre lì.

La prima volta che son tornato in Florida dopo quella sentenza… I suoi occhi mi sorridevano, ma sapevo bene il dolore che aveva dentro, la sua vita sgretolatasi in un attimo.

I suoi figli… La sua famiglia. Anche in quella circostanza come spesso accadeva tra noi, le parole non servivano. Ci è bastato uno sguardo. Io non lo lascio lì dentro.

Non so ancora quando ma io lo tirerò fuori di là, mio nipote, il mio migliore amico è innocente. Con quelle persone non c’entra nulla. E’ vittima di un imbroglio. Lo sappiamo tutti oramai.

Perciò prego chi di dovere, chi può di intervenire.

Bologna rappresenta per noi l’ennesima “scusa” se così la possiamo definire per stimolare chi è nella stanza dei bottoni a pigiare il bottone giusto. Altri vent’anni Chico lì dentro non ci può stare ed io da lì me lo porto a casa ma non in una bara».

E su questa frase io e Gianni ammutoliamo… I pensieri corrono via veloci a mille allora mentre nel frattempo guardo le foto che gentilmente zia Wilma mi ha inviato… Così smorzo con una battuta quel silenzio ingombrante… “Hai ragione Gianni, due bei giovanotti… Birbantelli”.

Lui sorride ma il nodo alla gola si avverte lo stesso…

“Ci vediamo a Bologna Gianni”.

Lui felice mi risponde: «Grazie e non vedo l’ora. Il mio invito è uno e uno solo soltanto che questa ennesima manifestazione, questo evento sia davvero utile alla nostra causa».

Riaggancio il telefono. Nella mente rimbomba quella frase di Gianni: “Non mollerò mai”.

Sfoglio ancora quelle foto… Una vita distrutta, sgretolatosi come cenere sull’asfalto.

L’America annienta un italiano.

Il sogno Americano… Da un cassetto a dietro alle sbarre. Incatenato.(di Nunzia D’Aniello)
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