“Tempesta madre”, le emozioni a volto scoperto di Gianni Solla: “C’è sempre qualcuno che ti porta in un posto”

"Non so parlar d'amore”, ma ne scrive in modo egregio. Il nuovo romanzo, uno "scontro epicale” tra sentimenti e realtà
di Nunzia D'Aniello
2 settimane fa
1 Aprile 2021

“Non ho nulla da raccontare, scrivo per vivere altre vite”. Così esordisce Gianni Solla, ma vi assicuro che di cose da raccontare ne ha tante e come ogni scrittore incanta, proprio come la sua “Tempesta madre”.

Una tempesta di emozioni o meglio un preludio a quelle emozioni, questo è Gianni Solla e il suo ultimo scritto. Una lunga intervista la nostra, o meglio “chiacchierata”, perché Gianni non si intervista, con Gianni si parla, si comunica, ci si confronta e per l’ appunto ci si emoziona.

Sono sincera, di lui sapevo ben poco, avevo letto qualche racconto, nulla di più… “Tempesta madre” mi ha travolto. Per la sua forma fluida, veloce, semplice ma mai banale, nonostante quanto forte siano, invece, i temi trattati… Il tema… direi.

Perché tutto si racchiude in un’unica sola verità: il rapporto compulso tra l’essere maschile e quello femminile.

Che sia il rapporto tra una madre, dalla presenza invadente, come una tempesta, e suo figlio; o quel figlio, Jacopo divenuto grande e che si confronta con quelle donne che sono e saranno in fondo a loro volta delle madri.

L’essere uomo

Quello che colpisce e che costringe a riflettere è l’assoluta dimestichezza di un uomo nel raccontare in ogni pagina questo mondo complicato, quello tra due generi che, opposti e a tratti però così simili, non possono fare a meno l’uno dell’altro… Come Yin e Yang, nero e bianco, femminile e maschile.

Sullo sfondo la storia di Jacopo e della sua madre “segretaria” così come lui stesso la definisce e la racconta. Una storia “inventata” (come lo stesso autore tiene a precisare più volte) di un bambino trasferitosi a San Giovanni a Teduccio e che si sente ed è un “pesce fuor d’acqua”. In superficie, invece, c’è quel qualcosa in più, che rende questo romanzo “unico” nella sua “unicità”… C’è un uomo-bambino che prova in qualche modo a raccontare e a descrivere, a spiegarsi un rapporto così complesso come quello tra una madre e un figlio, e successivamente tra un uomo e una donna…

La figura della “madre”

Perché le madri prima di essere madri, sono donne e le Donne sono delle tempeste a volte dormienti, a volte in piena attività che emozionano, fanno paura, rabbrividiscono, intimoriscono, plagiano, cambiano le cose… Le distruggono e le fanno rinascere… Fino a far cambiare loro direzione, se non a stravolgerla completamente per poi magari tornare nuovamente lì, dove tutto ebbe inizio…

Nel Cortile delle Mosche, nel ricordo di una mamma in abito da sposa a girovagare per strada, di sé… Jacopo quando si rifugiava nella cella frigorifero della macelleria del padre e scriveva sulla carta della carne…

C’è un po’ di Gianni Solla in Jacopo?

“Ci sono tantissimi punti in comune, anzi sulla parte della scrittura, ci sovrapponiamo. Quella del frigorifero, per quanto mi riguarda, è una vera e propria metafora, rappresenta quel tunnel segreto, è il trovare il punto più recondito di se. Non a caso il leitmotiv che si legge anche sulla copertina del libro recita “Se una cosa la puoi scrivere, allora vuol dire che la puoi capire”.

Ed è quello che accade a me e a Jacopo

Non appena l’inchiostro tocca il foglio o i bit il monitor. La scrittura è una stregoneria, svelare o creare quello che stiamo scrivendo è un qualcosa di grande, ma il fatto stesso di ripotare quello che vedo nella realtà e riuscire poi a ordinarlo, pulire quel pensiero attraverso delle geometrie più precise, fa parte di un’ ingegneria di pensiero, significa raffinare il tutto e renderlo unico. Tanto che mentre scrivo, spesso mi trovo a giungere a delle conclusioni opposte. Scrivere per me è un confronto con me stesso, così come lo è per Jacopo”.

“Tempesta madre”: dove, come e quando nasce questo romanzo…. E soprattutto quanto c’è di vero? Spesso si dice che gli scrittori per poter scrivere prendano spunto dalla vita reale per poi romanzarla e farla propria…

“Esattamente, la faccio mia su carta, attraverso quell’inchiostro e quei bit di cui parlavo poc’anzi. Ma non vi è nulla che possa essere ricondotto alla realtà, le mie storie nascono per dire da sole e prendono forma, vita, solo quando giungono ai lettori e quando poi ricevo, come mi è capitato, messaggi, e-mail di persone che mi raccontano di aver vissuto quelle situazioni, quelle dinamiche.

Fino a quel momento sono solo nella mia mente e nella mia penna. L’idea, quando ho incominciato a lavorare a “Tempesta madre”, era quella di raccontare le persone che nascono con una specie di ferita.

Non programmo mai quando e cosa scrivere, diciamo che solitamente lavoro a un progetto alla volta e che quindi quando lo faccio mi ci butto completamente, senza pensare e badare ad altro.

Credo che sia più vero il realismo di fatti come questi che possono accadere, piuttosto che il loro essere accaduti davvero… L’ambivalenza di questi personaggi che sono perennemente preda di pulsioni che hanno un senso contrario e opposto. Questo poi li rende reali attraverso il meccanismo della scrittura.

Il fatto che queste cose non mi siano accadute, a volte mi fa sentire un pò un impostore nei confronti delle persone che mi raccontano le loro storie.

La posta in gioco, le loro energie, forze sono reali. Non so dirti esattamente come e quando è nato questo romanzo… So che sentivo di dover scrivere qualcosa che parlasse di uno scontro forte, reale come Titanic e ho iniziato a scrivere”.

Un titolo breve, ma forte, efficace… Due parole che racchiudono e hanno in sè il senso pieno non solo dello “scontro”, ma anche della grandezza stessa di quest’ultimo. La tempesta che può essere tanto devastante quanto simbolo di rinascita… come la quiete dopo di essa… E poi “madre”… Le madri, la donna che è simbolo di vita: la donna dà alla vita, ma la può anche togliere. La vita stessa è donna… è femmina

“Indubbiamente è un titolo forte, ma anche qui non saprei dirti di più. Ti posso dire che dalla mia finestra si vede il mare, l’ho guardato ed ho pensato a quanto scritto, a questo scontro epocale. Se Titanic non avesse incontrato l’iceberg, oggi non sarebbe uno stereotipo.

E alla stessa maniera ho pensato a queste madri un po’ fuori di testa alle quali i loro figli hanno voluto e vogliono un bene incredibile, a prescindere da tutto e tutti. Jacopo e la segretaria sono rispettivamente la nave e l’iceberg. Sono alleati ma si accusano di essere uno la rovina dell’altro, ma vivono comunque nel riflesso dell’altro.

Penso a questi legami, a queste famiglie fatte e costruite su meccanismi imperfetti. Sicuramente vogliamo bene ai nostri figli per istinto animale, ma poi non è detto che abbiamo quella capacità di crescerli. Noto spesso una mancata trasmissione di disciplina.

Molti figli ereditano i problemi dei genitori, la rabbia, l’ira, la presunzione… Tanti bambini crescono ereditando tutti questi meccanismi sociali. Una cosa è essere madre e padre in senso animale, una cosa è riuscire ad essere degli educatori.

Ecco perché parlo di uno scontro epocale e perché credo che ogni narrazione che si rispetti racconti uno scontro.

Non ci sono personaggi buoni, ne cattivi, esistono persone con un loro vissuto ed una loro dimensione che risulta poi fondamentale per la narrazione stessa.

A dirla tutta io non riesco mai a trovare il titolo giusto. In questo caso, ripeto, ho solo pensato a questi scontri importanti, epocali. Rispetto al passato però sono diventato sicuramente più sobrio nella scelta dei titoli”.

“Dalla tua finestra si vede il mare”. San Giovanni a Teduccio, un luogo a te caro che si legge tra le righe, ma che non ostenti mai. Nei tuoi racconti c’è napoletaneità, ma non è quella sfrontata alla quale alcuni ci hanno abituato. E’ come passeggiare in piccole scorciatoie, stradine parallele di un vissuto reale raccontato per quello che è e nella sua semplicità più vera, unica e quasi a volte sfrontata, di chi in quella periferia c’è nato. San Giovanni a Teduccio lo sappiamo tutti, certo non eccelle, ma non ne fai mai né un cavallo di battaglia, né tanto meno la “usi” nei tuoi racconti per ricevere “consensi” e applausi.

“Infatti, non è un libro che segue un canone di napoletaneità. Ci rivedo in verità un momento di estrazione borghese.

Ed è questo anche un contrasto importante. Jacopo si pone dei problemi borghesi, è quel giochetto di pesce fuor d’acqua, lontano dal suo contesto naturale…

Riesce a ingigantire questi suoi problemi con la madre rivivendoli in un certo senso poi in tutte queste sue relazioni da adulto che non durano.

Sono tanti fili che non riesce mai a tracciare.

San Giovanni a Teduccio è casa mia, ci sono nato e ci vivo ed ho la fortuna tra l’altro di vivere in questo quartiere che si posa sul mare.

Ho un rapporto molto forte con questa mia terra, anche se resta un quartiere sospeso. Non so più cosa sia in realtà oggi. Dico solo che poteva diventare tante cose, ma non è successo, un pò per l’incuria dei suoi abitanti, un po’ per i politici.

Gianni Solla

E’ un quartiere dormitorio, fantasma, tante persone che vivono in centro non sanno nemmeno dove sia San Giovanni a Teduccio…. Siamo un pezzetto di costa anonima.

In generale con Napoli ho sempre avuto un rapporto complicatissimo. Spesso mi fanno domande del tipo com’è fare lo scrittore a Napoli. E’ come farlo a Pistoia o in qualsiasi altra città. Non capisco perché una cosa che realizzi a Napoli faccia sempre stupore o scalpore, che sia di una connotazione negativa o positiva.

Questa esigenza di stereotipare persone e cose: c’è chi fa parte di quella Napoli violenta e chi invece no. Ci sono fette di popolazione che vivono in entrambi i modi così come accade altrove. Siamo diversi e a me piace raccontare la diversità anche nello stereotipo.

Un napoletano potrebbe vivere tranquillamente a Vienna e viceversa. A me piace confrontarmi col problema urbano, quelle delle grandi città. Mi va di raccontare questo e quello.

Napoli si respira ovunque, Napoli è una realtà così complessa che a volte diviene anche difficile raccontarla proprio per le diversità immani di questa e anche di altre città degne di essere definite tali.

Questa narrazione “Tempesta madre” non parla di Napoli, è ambientata in una piccola parte di essa, tutto qua. Napoli non deve essere sempre al primo posto, non è indispensabile.

Si può raccontare questa città anche tra le righe e ciò non significa affatto che la rinnego anzi tutt’altro. Credo che la propria città sia però per ognuno il massimo, ma non ritengo però come i miei concittadini che sia il posto più incredibile del mondo”.

Un romanzo, quest’ultimo, che parla seppur tra le righe d’amore… L’amore in tutte le sue sfaccettature. Qual è il rapporto di Gianni Solla con l’amore… Che cos’è?

“Non so rispondere a questa domanda. L’amore credo sia tante cose. Anche nella narrazione vedi non sapevo dove sarei arrivato quando ho incominciato a scrivere. Provo a mettere sù i personaggi in modo che abbiano forza sufficiente per far avanzare la storia.

Non ho gli strumenti per scendere nel dettaglio della situazione… Sarebbe comunque un azzardo… mi manca la possibilità… Perché è un rapporto complicatissimo tanto nella realtà quanto nella narrazione. Jacopo con le donne ha un rapporto solo sessuale… Che può essere anche amore… ma è molto più fame di un sentimento più primitivo, istintivo che nobile. Ma se vogliamo anche l’amore per così dire “nobile” è un istinto, a volte può essere anche una debolezza. Io sono un disastro totale su queste cose”.

Nuovi progetti?

“Non ne ho ancora al momento, quando parte, parte. Non riesco a fare due cose assieme e al momento sono concentrato ancora su Tempesta madre.

So fare solo una cosa alla volta quindi fin quando non arriverà quell’istinto non avrò nuovi progetti – sorride e riprende – Sembra strano lo so, ma quando arriva il momento comincio a sentire le voci, personaggi che incominciano a chiamarmi. Solitamente è sempre il male che mette in moto la narrazione.

Quindi vedrò del male da qualche parte e allora parto. Diciamo che ho bisogno di una condizione che abbia in sé la forza per farsi descrivere. Fondamentalmente io non ho nulla da raccontare, sono di una noia incredibile. Siamo una famiglia noiosa.

Utilizzo la scrittura per scappare perché dà maggiore complessità alla realtà tanto da ingigantire tutto e permettermi di prendere strade alternative.

E’ sempre un problema di direzione, persone che sono andate in posti incredibili, posti dell’anima, della vita sociale. C’è sempre qualcuno che ritorna da una grotta e ti porta in un nuovo posto”.
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