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Neonato morto soffocato, il piccolo si chiamava Carlo Mattia. Parla la mamma: “Chiedevo aiuto, mi hanno ignorata. Mio figlio stava bene”

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Si chiamava Carlo Mattia il bimbo morto dopo il parto all’ospedale Pertini di Roma. La madre si era appena ristabilita almeno fisicamente e stava cercando di riprendere faticosamente il suo cammino nella vita di tutti i giorni. Poi il caso è esploso. Il suo primogenito dato alla luce il 5 gennaio scorso è morto in ospedale tre giorni dopo mentre era accanto a lei che si era addormentata, nella notte, forse schiacciato e soffocato dal suo corpo di mamma che lo aveva appena allattato.

Ha dato esito negativo l’esame tossicologico sulla donna, ma c’è un buco di dieci minuti dietro la tragedia. Secondo la versione la mamma condivideva la stanza con altre tre puerpere nel reparto di Ostetricia e Ginecologia. L’infermiera di turno dice di averla controllata 10 minuti prima, quando la donna si è addormentata. Dieci minuti dopo la stessa infermiera sostiene di aver trovato il bambino morto. La mamma, che di mestiere fa l’educatrice e abita a Palombara Sabina, racconta oggi in un’intervista a Repubblica di aver chiesto spesso aiuto al personale per gestire il bambino: “Ma nessuno mi è venuto in soccorso. Mi hanno ignorata”.

“Un incubo”, dice la giovane donna, 29 anni, originaria della provincia a Nord Est della Capitale. “Sto leggendo le dichiarazioni rilasciate dalla Asl 2 – spiega – dicono che hanno garantito tutta l’assistenza necessaria, che alle puerpere viene fatta firmare un’autorizzazione a tenere i figli con loro… Bellissime parole, peccato non siano veritiere”. La mamma fa sapere che lei e il marito si sono affidati ai legali Alessandro Palombi e Michela Tocci. E dice di non aver capito ancora come è morto suo figlio: “È nato sano, quasi 3 chili e 400 grammi. Ero felice, era accanto a me. Poi mi sono risvegliata e lui non c’era più. L’infermiera mi ha informata di quanto era successo. Non ho capito più niente, mi hanno subito cambiato di stanza”. Dice che non ha avuto modo di parlare con le altre tre donne presenti in stanza.

“Più volte ho chiesto in reparto di essere aiutata perché non ce la facevo da sola e di portare per qualche ora il bambino al nido per permettermi di riposare, eppure mi è stato detto sempre di no”. Un “no” a cui non seguiva alcuna motivazione specifica da parte del personale sanitario: “Non è che si giustificassero in qualche modo – racconta affranta -. Dicevano che non era possibile e basta. E io rimanevo lì a dovermi occupare di tutto”. E il tutto consisteva nella piena cura del neonato, tenuto conto che con le restrizioni anti-Covid in reparto non sono ammesse che brevi e isolate visite dei parenti: “Dovevo allattare il piccolo, cambiarlo, riporlo nella culletta accanto al letto, e ho dovuto farlo anche subito dopo il parto anche se ero sfinita”.

“Ho 29 anni ma ero stremata dalla fatica. Il travaglio era durato più di dieci ore. Un parto naturale”. E aggiunge: “Ci sono informazioni che potremo avere solo dall’autopsia. Ancora non sono certa di niente. Ripeto, io lo avevo accanto mio figlio. Poi non l’ho visto più. Non si sa se sia morto soffocato. Come si fa a dirlo prima? Più leggo e più sto male, la mia vita è rovinata. Non sparate sentenze prima dei risultati delle indagini”. La procura indaga per omicidio colposo.

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