Alessia Pifferi
Alessia Pifferi, l'arrivo in tribunale

Alessia Pifferi, condannata all'ergastolo per l'omicidio volontario della figlia Diana, ha denunciato per la seconda volta di essere stata aggredita in carcere. La donna ha riferito di aver subito un pestaggio da parte delle altre detenute e di aver riportato quattro punti di sutura al viso. La prima denuncia risale al 12 aprile 2024, quando era detenuta a San Vittore. In quell’occasione, durante il processo, dichiarò di essere bersaglio di insulti e minacce: “Mi chiamano mostro, assassina. Mi dicono che devo morire e che merito tante botte”.

Attualmente Pifferi è detenuta nel carcere di Vigevano, dove sconta la sua pena definitiva. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, l’episodio di violenza si sarebbe verificato nelle ultime settimane, senza però ulteriori dettagli sulla dinamica dell'aggressione o sull'identità delle responsabili.

Il nuovo capitolo giudiziario

Nel frattempo, il 10 febbraio 2025, la Corte d'Appello ha disposto una nuova perizia psichiatrica sulla donna, accogliendo una richiesta della difesa che in primo grado era stata respinta dal pm Francesco De Tommasi. Tuttavia, proprio nel corso dell'iter giudiziario, è emersa un'inchiesta parallela che coinvolge alcuni professionisti legati al processo.

Il pubblico ministero ha infatti depositato nel fascicolo del primo grado documenti relativi a un’indagine su presunti reati di favoreggiamento, false attestazioni all’autorità giudiziaria e concorso in falsa testimonianza. Tra gli indagati figurano l'avvocata di Pifferi, il consulente psichiatrico della difesa e quattro psicologhe del carcere di San Vittore. Questo sviluppo potrebbe influenzare il percorso giudiziario della donna, complicando ulteriormente il quadro processuale.

Un caso che continua a far discutere

Il caso di Alessia Pifferi continua a suscitare indignazione e scalpore nell'opinione pubblica. La vicenda della piccola Diana, lasciata morire di stenti in casa nel luglio del 2022, ha provocato un'ondata di rabbia, che si riflette anche nel trattamento riservato alla madre all'interno del carcere.

Nonostante la difesa continui a sostenere la necessità di una valutazione psichiatrica approfondita, molti considerano la condanna all’ergastolo un atto di giustizia inevitabile. Tuttavia, le continue aggressioni subite in carcere sollevano interrogativi sulle condizioni di detenzione e sulla sicurezza delle persone ristrette, indipendentemente dal crimine commesso.

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