Era l’11 ottobre del 1999: 21 anni e Chico Forti è ancora là, intrappolato in quel sogno diventato un incubo: gli Usa

1 settimana fa
11 Ottobre 2020
di nunzia d'aniello

Era l’11 ottobre del 1999. E mentre il mondo intero si preparava al grande esordio nel nuovo millennio, un uomo, Chico Forti, un italiano in Usa, si vedeva privare quella libertà, quella possibilità di poter brindare all'”anno che verrà” e a tanti altri ancora.

Per lui, una sola frase: “End of sentence never” ovvero “fine pena mai”.

Chiudo gli occhi e penso a quel giorno di 21 anni fa: 11 ottobre

Avevo 17 anni ed ero all’inizio del mio grande sogno: “scrivere, dire, raccontare”. La camera tappezzata dal New York Times, simbolo per me del puro “giornalismo”, della “verità assoluta”, di “una giustizia quasi divina che non può mai sbagliare”… di “sogni” che solo l’America può e sa realizzare.

E invece a volte quei sogni, l’America li spezza, li frantuma in mille pezzi…

Lasciandoti solo, in un angolo del mondo, il più brutto che un uomo, un essere umano possa vivere: dietro le sbarre, a guardare il tempo che passa tra le fessure di una finestra blindata, dove anche un piccolo e sottile raggio di sole fa fatica a penetrare…

A guardarsi invecchiare in un triangolo di specchio, ricavato magari dal bagno della camerata e custodito gelosamente tra i propri effetti personali, solo per provare a ricordarsi chi sei, chi eri e che faccia hai…

Perchè sei lì… e non fuori, nel mondo

Dove dovresti essere, a cresce i tuoi figli… Francesco, appena un anno, quell’11 ottobre, oggi è un surfista come papà Chico e non glie l’ha potuto insegnare lui; Savannah, primogenita, aveva cinque anni e quando ha incominciato a scrivere e leggere, lui non c’era, non le ha mai stretto la mano e guidata sul foglio bianco per aiutarla a tracciare le lettere che compongono il suo nome e il suo cognome “Forti”, macchiato da quella terra che l’ha messa al mondo; Jenna, solo tre anni, forse aveva ancora il pannolino e lui non l’ha mai sentita urlare “Dad I have to pee”, “Papà, devo fare la pipì”.

Cose semplici, banali, forse anche noiose che racchiudono la vita di tutti i giorni, quella vita che noi viviamo e lui non più.

La quotidianità

Una parola tanto bella, quanto stonata e triste. Essa ti porta a ballare con le stelle, se riesci a vivere un amore nella sua “quotidianità”, ma sa anche ucciderti, divorarti l’animo e la mente per renderti poco più che niente.

Lui no

Chico non si è fatto prendere da quella monotona e triste quotidianità che lo vuole segregato a vita e che lo costringe ogni singolo secondo a ricordare che da quel posto ne potrà uscire solo in un modo: “steso” in una bara.

No lui, no!

Lui grida la sua innocenza da ben 7.300 giorni, almeno fino a ieri. Ovunque si parlasse di lui la dicitura era: “Chico Forti, un innocente in carcere da 20 anni”.

Con oggi no, con oggi sono ben 7.665 giorni da quell 11 ottobre

Mai avrei potuto immaginare che, quel giorno, quell’11 ottobre del 1999, mentre io firmavo il mio primo articolo per un quotidiano di Napoli, accingendomi a giurare fedeltà e veridicità a ciò che avrei messo “nero su bianco”, prendendo di riferimento, quasi come una bibbia, quell’unico “giornale”, il New York Times, che a mio parere e a furor di popolo e giornalisti rappresentava e rappresenta, forse, ancora oggi, la verità assoluta, la giustizia… un uomo, un mio connazionale, veniva condannato a vita, in un carcere, sulla sponda opposta del mio stesso parallelo, il 41° che vede Partenope e la Grande Mela ammirarsi da lontano.

Ecco, e se io mai, avrei potuto immaginare di imbattermi in una storia del genere, in un crollo totale del proprio credo, di un’America che grida libertà e diritti, uguaglianza… figuriamoci i protagonisti di questo giallo italo-americano.

Peccato che non è un film, ma la realtà.

Non ho nulla da dire in più o meglio, di tutto ciò che si è detto e raccontato in merito alla storia dell’ex imprenditore e surfista italiano Chico Forti, che ha sognato gli Usa fino ad andarseli a prendere, a crearci il “suo posto nel mondo” e a vederselo poi infine rubare, calpestare, distruggere.

L’Italia intera è tappezzata di manifesti “Chico Forti Libero” e non solo oggi, che vige la ricorrenza di una triste pagina della giustizia americana, di un suo “errore clamoroso”, ma ben 365 giorni all’anno moltiplicati per 21.

Ventuno anni

In cui quell’uomo non ha mai perso la speranza. Ha lottato e continua a lottare per un suo diritto che non è solo la libertà, quanto, invece, l’essere ascoltato e considerato da un governo, il suo governo che, cambiando troppe volte faccia, non è riuscito mai a compiere quel passo: metterlo su un aereo e portarlo a casa per giudicarlo secondo le proprie regole, le proprie leggi.

Quel che chiede l’Italia è questo: avere la possibilità di usufruire di un diritto sancito dalla Convenzione di Strasburgo del 21 marzo 1983.

Alla quale, hanno aderito 65 Stati, di cui 46 appartenenti al Consiglio d’Europa, tra cui l’Italia nel 1988, e 19 esterni, tra cui gli Usa. La suddetta Convenzione, rappresenta il principale strumento per attuare il trasferimento delle persone condannate e consente ai cittadini di uno Stato, condannati e detenuti in un carcere di un altro Stato, di essere trasferiti nel proprio Paese d’origine per continuare l’espiazione della pena.

E’ la stessa Convenzione, che ha visto e vede oggi, giusto per fare un nome, Amanda Knox, libera e felice negli Usa.

Il popolo del bel Paese non chiede questo, ma la possibilità, almeno, che un suo connazionale sia riportato a casa e giudicato secondo le proprie leggi.

Lo si è urlato in quasi tutte le piazze d’Italia, nelle quali anche giornalisti, trasmissioni Tv, vip, attori, politici, ci hanno messo la faccia.

Uno tra tanti Matteo Salvini

Che non solo in campagna elettorale ha sposato la causa, facendola propria. Ma anche successivamente, poco più di una settimana fa, portando Chico Forti, in prima serata a La 7 nel programma Non è L’Arena condotto da Massimo Giletti.

Nessuno glielo aveva chiesto, nessuna domanda da parte del giornalista romano… Ma lui è li e rivolge un ulteriore appello per sollecitare e sensibilizzare chi è al potere e può, o dovrebbe, davvero fare qualcosa.

Ma quel che ci si limita a fare e a dire è che “si sta lavorando”. E la domanda qui sorge spontanea: “Ma a cosa? Sono anni che la sua famiglia si sente dire ciò, idem quest’uomo”.

Però si ringrazia, pubblicamente, durante l’incontro Italia-Usa, il Segretario di Stato degli Stati Uniti Mike Pompeo:

“Con Pompeo abbiamo parlato anche del caso Chico Forti. Quest’ultimo è un tema molto caro a me e a tutto il governo italiano. Ho ribadito che l’Italia continuerà ad impegnarsi con la massima forza, senza sosta, per riportare Chico in Italia”. Afferma il nostro Ministro degli Esteri.

Ottimo, bella notizia, ma era il 30 settembre, oggi è 11 ottobre: Dov’è Chico? Questo “parlare” cosa ha fruttato? A cosa si è convenuti?

Ventuno anni

In cui una mamma aspetta suo figlio. 21 anni di uno zio, Gianni Forti, lo “zio d’Italia” che percorre lo Stivale in lungo e in largo cercando giustizia per quel nipote che è innanzitutto un amico, sangue del suo sangue e figlio di un “imbroglio”, forse tra i più grandi che l’America abbia mai commesso.

Il 1 maggio 2015 una quotata rivista americana The Week pubblica un articolo (alla pagina 7):

”WASHINGTON DC – FORENSIC SCANDAL”

THE FBI FORMALLY ADMITTED THIS WEEK THAT ALMOST EVERY EMPLOYEE WITHIN THE BUREAU’S FORENSIC UNIT GAVED FLAWED TESTIMONY THAT HELPED INCRIMINATE HUNDREDS OF SUSPECTS OVER 2 DECADES, INCLUDING 14 DEFENDANTS WHO WERE EITHER EXECUTED OR DIED IN PRISON.

THE OFFICIAL ACKNOWLEDGEMENT BRINGS TO AN END ONE OF THE COUNTRY’S BIGGEST FORENSIC SCANDALS.

AN INDIPENDENT INVESTIGATION FOUND THAT FBI EXAMINERS HAD EXAGGERATED THE ACCURACY IF MICROSCOPIC HAIR ANALYSIS TO HELP PROSECUTORS SECURE CONVICTIONS IN AT LEAST 254 TRIALS BEFORE 2000.

AFTER 2000 PROSECUTORS BEGAN RELYING ON MORE ACCURATE FORMS OF TESTING, SUCH AS DNA ANALYSIS.
LEGAL GROUPS ARE CALLING ON THE AGENCY TO INFORM ALL 2500 DEFENDANTS IN CASES IN WHICH EXAMINERS CLAIMED HAIR MATCHES.

Letteralmente:

” WASHINGTON DC – SCANDALO FORENSE ”

L’FBI HA AMMESSO FORMALMENTE QUESTA SETTIMANA CHE QUASI TUTTI I DIPENDENTI ALL’INTERNO DELL’UNITÀ FORENSE DELL’UFFICIO DI PRESIDENZA HA DATO UNA TESTIMONIANZA DIFETTOSA CHE HA AIUTATO A INCRIMINARE CENTINAIA DI SOSPETTI IN 2 DECENNI, COMPRESI 14 CONVENUTI CHE SONO STATI ESEGUITI O MORIRE.

IL RICONOSCIMENTO UFFICIALE PORTA ALLA FINE UNO DEI PIÙ GRANDI SCANDALI FORENSI DEL PAESE.

UN’INDAGINE INDIPENDENTE HA RILEVATO CHE GLI ESAMINATORI DELL’FBI AVEVANO ESAGERATO LA PRECISIONE SE L’ANALISI MICROSCOPICA DEI CAPELLI PER AIUTARE I PUBBLICI AD ASSICURARE LE CONDANNE IN ALMENO 254 PROCESSI PRIMA DEL 2000.

DOPO IL 2000 I PUBBLICI INIZIANO A FARE AFFIDAMENTO A FORME DI TEST PIÙ ACCURATE, COME L’ANALISI DEL DNA.
I GRUPPI GIURIDICI CHIEDONO L’AGENZIA PER INFORMARE TUTTI I 2500 CONVENUTI NEI CASI IN CUI GLI ESAMINATORI RICHIEDONO CORRISPONDENZE DI CAPELLI”.

Chico Forti è stato condannato nel 1999 e ad oggi non vi sono prove schiaccianti sulla sua colpevolezza, ma solo una serie di incongruenze che se non fanno di lui un innocente, non ne fanno però nemmeno un colpevole.

Non ho nulla da elencare, dire: fatti, vicende, testimonianze dei cosiddetti “illustri” e vip, messisi dalla parte di Chico ce ne sono a migliaia.

Io so solo che c’è una mamma, Maria, che da anni si sente ripetere la stessa frase: “Stiamo lavorando”. Ha circa 92 anni Maria: «Non me ne vado finché non me lo riportano a casa». Queste le sue dichiarazioni nel gennaio 2020.

Papà Aldo, invece, non ha retto ed è andato via anni fa, ma Gianni gli ha giurato che lo avrebbe riportato a casa: «Io Chico non lo mollo».

E non lo molla

Lui e la moglie Wilma, sono 21 anni che si sono dedicati anima e corpo a quel nipote che aveva forse una sola colpa: quel “maldetto” sogno americano chiuso in un cassetto.

Quel cassetto lo ha aperto, e il suo sogno seppur per un breve periodo l’ha vissuto, ma poi tutto è crollato. Ogni mattina riapre gli occhi, da 7.665 giorni, guarda il soffitto e spera che come un bambino sia solo un brutto incubo.

Poi si volta e ancora quelle sbarre alla finestra

Mamma Maria non c’è, è un altro giorno senza lei, senza il suo abbraccio, senza il suo: “E’ finita, sei a casa ora, era solo un bruttissimo sogno”.

Un bruttissimo errore

Che anche quando e se casomai sarà ammesso e riconosciuto, non gli ridarà mai in dietro i suoi anni. Nè a Chico, né ai suoi figli, costretti a crescere senza un padre, né alla sua famiglia, alla sua “roccia” mamma Maria, né forse ad uno dei veri eroi di tutta questa storia zio Gianni.

Io l’ho conosciuto zio Gianni

Non c’è ruga, né sorriso sul suo volto nel quale non sia impresso il nome di Chico. La sua vita, non è più “sua”, non è stata più sua, ma vissuta solo ed esclusivamente in funzione di quel suo nipote, quello che per lui è stato ed è innanzitutto un amico: l’amico Chico intrappolato in un sogno chiamato “Usa”.

Il sole è oramai calato, sono le 20:00, più o meno la stessa ora in cui si spense quell’11 ottobre del 1999.

In America erano le 14:00 circa, a Chico viene inflitta la condanna: “End of sentence never”.

Il telefono squilla, mamma Maria si accinge a rispondere: “Dicono che non posso più tornare a casa, ma sono innocente mamma”.

Sono le 20:00 dell’11 ottobre 2020, in America pieno pomeriggio

 
E Chico è steso nel suo letto, in quell’enorme camerata, gli occhi fissi al soffitto, dalla finestra sbarrata una piccola luce proviene dal lampione posto sull’atrio esterno del carcere…
 
Crede che sia un raggio di sole, prova a sorridere. Spera ancora in quel miracolo. Socchiude gli occhi nel suo dannato 7.665esimo giorno di reclusione da innocente.(di Nunzia D’Aniello)

Leggi anche: Gianni Forti: «Non mollerò mai, Chico lo riporto a casa»
Di Maio: «Chico, vittima di un’ingiustizia. Stiamo dialogando con gli Usa»
Luigi Di Maio: «Chico Forti è nel mio cuore, ve lo posso assicurare»
Chico Forti e la sua Bologna: 400 onde invadono piazza Galvani
Chico Forti, Salvini scrive a Casellati: “Intervenga per riportarlo in Italia”
Metti like alla pagina 41esimoparallelo e iscriviti al gruppo 41esimoparallelo